Credit: WallDevil.com

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Il bar è un microcosmo di anime in miniatura.

Mi sono sempre chiesta, seduta al mio tavolino all’aperto con una sigaretta tra le labbra, chi fossero gli altri che mi circondavano. Di quali passioni, amori, ricordi vivessero. Con quali colori dipingessero le loro vite.

Un caffè macchiato, un bicchiere d’acqua, un biscotto. Gli occhi che vagano su quei volti sconosciuti, che sto vedendo adesso per la prima volta e che fra un’ora torneranno nell’oblio in cui erano prima che il mio sguardo incrociasse il loro.

Credit: blogs.ft.com

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Uno scambio di battute, un sorriso volato per caso, da tavolo a tavolo, atterrato accanto alla tazzina di caffè come un aeroplanino di carta. 

Chissà chi sono, quelle anime quotidiane che incontro tutti i giorni solo per poi perderle un istante dopo essere uscita dal bar, con la mia borsa piena di libri, col taccuino degli appunti e il tabacco naturale in busta.

Ci penso spesso, mentre siedo nel bar a gambe accavallate e ascolto frammenti di conversazioni, esplosioni brevi di risa, stralci di storie che spesso entrano nei miei racconti, in seguito, perché noi scriviamo ciò che siamo, e tutta la vita che ci circonda.

Ho visto sigarette accendersi, volti spegnersi, confidenze rimbalzare di caffè in caffè, nel ticchettare dei cucchiaini contro le tazzine come per tenere il ritmo di una danza interiore, silenziosa, fatta di battiti di cuore e dell’andirivieni del respiro.

Forse è per questo che nei bar mi piace andare da sola: per cogliere l’essenza di quei mondi nascosti che mi circondano e che altrimenti non vedrei. Tutte quelle anime quotidiane che mi appartengono perché le vedo, perché posso farle mie col lampo di uno sguardo, e immaginarne i viaggi, i desideri, i sogni.

E poi ci sono le stazioni, i treni che partono per raggiungere luoghi che forse non vedrò mai. Tutti quei volti dietro i finestrini, gli abbracci sulla banchina sul limitare della linea gialla, nello stridere della voce che dagli altoparlanti annuncia arrivi, ritardi, ritorni, partenze.

E io da sola, nel brulicare di tutte quelle vite che non conosco.

La solitudine che diventa un’occasione per captare il formicolio sotterraneo delle città, il loro risplendere di luce propria attraverso gli sguardi, i passi, i sorrisi di tutte quelle persone che non ho mai conosciuto.

E intanto vedo un treno partire, una coppia salutarsi alla stazione, una ragazza piangere in silenzio con una tazzina di caffè tra le mani. E per ogni anima che incrocia il mio cammino, sento un fiore sbocciarmi tra le dita. Forse nessuno di noi è davvero sconosciuto. Nessuno è davvero solo.

Non è stato forse un conoscersi, questo intentissimo intuirsi?

 

AUTRICE    BIANCA CATALDI