Lega del cane di Mola

Anche quella notte avrebbero dormito insieme su un giaciglio di fortuna e, alle prime luci dell’alba, avrebbero ripreso la loro ricerca. Poco importava, purché fossero insieme. Era un amore così grande, anche se era un amore da strada. Da un po’ di tempo la vedeva strana: era affaticata, stentava a stargli dietro. Era ingrassata anche se non è che avessero mangiato molto ultimamente: che fosse malata? Scacciò dalla mente quel brutto pensiero e l’affiancò mentre passeggiavano sotto il solito lampione.

«Facciamo una corsetta? Tanto per riscaldarci un po’!»

Erano, infatti, in quella stagione in cui gli alberi si erano messi a riposo e l’acqua delle fontanine, quelle poche che ancora si incontravano in città, tendevano a ghiacciarsi: così la lingua, che voleva dissetarsi, faceva violenza al corpo che tentava di conservare il calore.

«No, fai tu. Io mi siedo qui a guardarti! Lo sai che mi piace!»

Era ancora innamorata allora! Da quando l’aveva incontrata su quel ciglio di strada, seduta ad aspettare chi non sarebbe più tornato non si erano lasciati un minuto. Era stata un’attrazione invincibile, un colpo di fulmine, così aveva sentito dire una volta. Poi si erano spostati in città perché è più facile trovare da mangiare: c’è sempre qualche posto un po’ più caldo dove aspettare il giorno, se nessuno si accorge di te. Ora lei si era assopita e lui si era ritrovato a fare, da, solo quelle evoluzioni che tanto la divertivano. Le si avvicinò e la guardò mentre dormiva: intravide uno strano turgore dei capezzoli. Forse lei annusò il suo respiro e si destò: gli occhi nocciola a lui tanto cari erano languidi, stanchi.

«Andiamo dai!»

«Va bene.»

Lei si alzò a fatica e lui ne prese il lento passo sculettante. Dopo un po’ si fermarono: un giaciglio vicino a Pietro, il barbone del quartiere, era quello che ci voleva. L’uomo aveva acceso un piccolo fuoco di fortuna con dei cartoni presi dall’immondizia e quando li vide fece loro festa.

La notte finalmente passò. Le macchine ricominciarono a circolare e si capiva che presto il sole avrebbe fatto capolino asciugando la brina sui vetri delle case. Lui la svegliò.

«Alzati, dobbiamo andare.»

Lei sembrava non capire perché avesse sempre fretta di andarsene.

«Vorrei restare, un giorno, da qualche parte. Voglio una casa.» osò.

«L’avevi, ma non eri più gradita. Allora, andiamo?» sentenziò con la sua aria di maschio padrone del mondo. Lei si alzò stancamente e lo seguì: forse pensava che ormai la sua casa era dove c’era lui.

«Io non ti abbandonerò in mezzo a una strada.» continuò lui, attraversando all’improvviso. Lei non se ne accorse in tempo e diede fondo a tutte le sue forze per cambiare bruscamente direzione.

L’impatto fu violento ma la macchina ripartì e andò via. L’ingannevole chiarore mattutino stava diventando luce piena su quell’ammasso di carne al centro strada. Uauu, come lo chiamava lei, non riusciva a staccarsi dal corpo brulicante della sua compagna, Ouaa.

Due cuccioli mai partoriti combattevano con la morte in un mare di sangue e liquido amniotico. Finalmente qualcuno si fermò e caricò le bestiole investite, dopo aver carezzato frettolosamente il maschio, che con il suo ingenuo scodinzolare pareva sperare che sarebbero tornati lì a prendere anche lui. Restò a leccare quel sangue rimasto in terra come aveva leccato Ouaa fedelmente, instancabile fin quando l’auto si era fermata. Poi passò la macchina del lavaggio strada che, con i suoi spazzoloni, dissolse il ricordo di quell’amore così grande. Uauu rassegnato si incamminò mogio, ma a un tratto un odore prepotente e un languido richiamo arrivò ai suoi sensi dal parco poco distante. Ci pensò un istante, forse appena un po’ di più di quanto avevano fatto i padroni di Ouaa.

Era tempo di nuovi amori.