stretta-mano
Prima o poi nella vita dobbiamo fare i conti col perdono. Quello che supplichiamo o che ci supplicano. Oppure quello che ci viene dato in silenzio senza che noi lo abbiamo chiesto, forse solo con uno sguardo. Quello che abbiamo dato senza richiesta, per trovare noi un po’ di pace.

La miglior vendetta è il perdono dice un proverbio.

Forse era vero in passato, quando dall’altra parte c’era il pentimento e la riconoscenza. Quando chi aveva ferito aveva la consapevolezza e la vergogna del male fatto, la sensazione di essere appeso a un filo e non si attendeva niente se altro non dolore in cambio e, se il ferito riusciva a ricucire lo strappo, diventava quasi un eroe, miracoloso benefattore del cuore.

Oggi non credo.

Oggi chi riceve il perdono lo considera quasi un atto dovuto. Ti ho supplicato? Mi sono messo in ginocchio? Ho fatto pubblica ammenda? Beh, io ho fatto la mia parte e tu che aspetti a fare la tua? Ah, sei senza cuore, tu che non perdoni. Io? Io ti ho fatto del male ma è normale, è la natura umana, tu, tu che dici di essere superiore dimostralo, su, perdona!

Si ribalta la prospettiva. Non conta quanto male una persona, una società possa aver subito, conta quanto si faccia sentire in colpa questa persona o questa società per la decisione di non perdonare. Tant’è che si chiede umanità nella vittima e non nel carnefice ed è persino indifferente che chi ha ferito sia pentito.

Ma torniamo ai rapporti privati.

Ci si aspetta che il perdono sia un fatto immediato, istantaneo, che segua senza strascichi alla decisione presa. Che sia un lasciar correre, un dimenticare.
Non è così. Neppure quello di una mamma, nell’abbraccio che ricongiunge la carne alla carne, che annulla il dolore nel profumo di un figlio, che perdonando il figlio perdona quella parte di sé che è in lui, è semplicemente oblio.
Il perdono è sentinella vigile ma disarmata, è camminare col sassolino nella scarpa riconoscendo un leggero dolore amico ad ogni passo, è ricamo prezioso su uno strappo slabbrato. Ma non è oblio.

Perdono quelli che non sanno perdonare.

Ma di più perdono quelli che non capiscono che per essere davvero perdonati devono fare la loro parte, guardare anche loro l’orizzonte per avvistare il pericolo, sorreggere il braccio se il passo si fa ad un tratto doloroso, non sollecitare di nuovo il tessuto nel punto di frizione.

Perché al contrario, l’oblio non è perdono, è cancellazione, annientamento. Può essere più definitivo dimenticare che non ricordare. L’oblio è distacco, il ricordo, per quanto doloroso, è legame.

Quindi cari traditori, quando la donna o l’uomo che vi ha perdonato avrà lo sguardo lontano e ferito, anche per un istante, anche se sono passati vent’anni; cari figli egoisti e predatori, quando i vostri genitori vi guarderanno con l’occhio velato di pudore anche se quando li avete feriti avevate ancora i pantaloni corti; cari genitori, quando i vostri figli avranno un istante di indecisione nell’assistervi anche se quando avete fatto loro del male eravate nel pieno del vigore e cari amici, quando l’amico che avete pugnalato, e nonostante ciò vi è rimasto vicino, sarà appena un po’ tentennante nella voce, sappiate che questo è ancora un segno d’amore, non inalberatevi e soprattutto non ne approfittate.

La vita è strana, è un attimo passare dall’essere perdonati a dover porsi il dilemma se perdonare o meno.

Perché per-donare bisogna avere davvero la capacità di fare del dolore una forza, la capacità di fare a meno della dipendenza dall’altro per continuare a sceglierlo come compagno di vita ogni giorno, nonostante il dolore, ricordando il dolore. Perché il perdono in definitiva non è altro che un percorso sotterraneo di memoria.

autrice Dirce Scarpello