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Leggere, un bisogno primario?

Per chi come me ha imparato a leggere a quattro anni e ha fatto da allora della lettura la sua compagnia preferita – fragorosamente silenziosa, con tutti i mondi e le voci e le immagini che essa è in grado di suscitare – andare in una scuola e mettersi a nudo in un atto così intimo qual è, appunto, l’ascolto interiore di te stessa che incontri un autore attraverso le sue parole, non è un atto così semplice.

È come dover spiegare a qualcuno non tanto come andare in bicicletta  ̶  sebbene anche quello, perché non è così scontato che leggere sia anche un leggere “bene” – ma il perché andarci.

Spiegare come sia bello il vento tra i capelli ma soprattutto il percorrere un sentiero e guardare le cose da una prospettiva diversa rispetto allo sguardo distratto dal finestrino della solita auto che sfreccia veloce. Spiegare il perché di qualcosa che per te è un bisogno primario, necessario come mangiare o dormire, e al tempo stesso mai così scontato come quelli, sempre oggetto di una continua scelta, di un continuo innamoramento.

Solo qualche istante per catturare l’attenzione dei ragazzi

Così sai che hai solo qualche istante per catturare quei ragazzi che ti guardano con gli occhi sgranati, che sono gli occhi del futuro, una manciata di secondi o poco più, per un like o un dislike , e lì si gioca tutta la tua credibilità di adulto, di lettore e, nel mio caso, anche di autrice.

La scelta di una storia in cui, nonostante la diversità del mondo raccontato, possano immedesimarsi, la storia di Enaiatollah Akbari , il ragazzo di “Nel mare ci sono i coccodrilli”, si è rivelata nel mio caso una scelta vincente, una prospettiva altra, un’occasione di riflessione anche sulla loro vita in raffronto con quella del piccolo profugo afgano.

Così i passi più emotivamente vicini alla loro realtà  ̶  una scuola, chiusa dai talebani dopo l’omicidio del maestro in apertura e, in chiusura, ancora una volta una scuola dove il profugo accolto in Italia imparerà a vivere in una lingua che non è la sua perché “Quando sogni, non so in che lingua sogni. Ma so, Enaiat, che amerai in una lingua che non hai imparato da tua madre”  ̶  li hanno conquistati.

L’ho visto nelle loro facce attente e che mutavano espressione nel saliscendi narrativo, nelle domande che mi hanno fatto quando abbiamo completato la lettura con le considerazioni sulle migrazioni e le tematiche implicate ma anche e soprattutto nelle ‘frasi belle’ che qualcuno di loro si era appuntato mentre io leggevo, oppure nella domanda finale di una ragazza: “Ma poi Enaiat la sua mamma l’ha più rivista?”.

Il porsi domande su una narrazione è, di fatto, il più bel risultato di una lettura e, al tempo stesso, il più forte stimolo a essa.

Dirce Scarpello
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Sono tornata nella stessa scuola media che ho frequentato da ragazzina, anche se in un altro plesso. Sono tornata tra i banchi che mi hanno vista sfoggiare per la prima volta la matita nera sulle palpebre e il lucidalabbra al quale si incollavano le briciole dei cornetti alla marmellata.

Sono tornata e non ho avuto il coraggio di sedermi in cattedra, perché non era quello il mio posto. Ho sempre pensato che una donna porti inevitabilmente con sé la bambina che è stata, e così sono rimasta in piedi, adolescente tra gli adolescenti.

Ho letto L’amico ritrovato di Fred Uhlman. Per un secondo ho temuto che i ragazzi potessero annoiarsi, ma poi ho sentito che stavano ascoltando per davvero. In aula c’era un silenzio di tomba. Quando mi sono arrabbiata per recitare il diverbio tra i due protagonisti del romanzo, qualcuno di loro nei primi banchi si è spaventato per davvero.

E poi le domande. Tutte quelle domande sulla vita, l’amore, l’amicizia, la guerra, la lealtà, il tempo.

Quelle domande così grandi e loro così piccoli. 

Quando sono arrivata all’ultimo capitolo, ho improvvisato una votazione dell’ultim’ora per decidere se dovessi o meno leggere il finale della storia. In tutte le classi ha vinto il “sì”, perché la curiosità è il motore del mondo.

Così l’ho letto fino alla fine. E il silenzio attonito – quel senso di sospensione che è calato sui ragazzi dopo aver udito le ultime parole – mi ha fatto percepire per intero l’estensione dell’emozione che stavano provando, il potere che la lettura aveva avuto su di loro.

E allora smettiamola di credere a chi ci dice che i ragazzi d’oggi non amano i libri, che vivono incollati agli schermi dei cellulari, che “non sono come eravamo noi”.

I ragazzi sono ragazzi, di ieri di oggi di domani. Non usiamo i libri come un piedistallo sul quale salire per sentirci migliori di loro. Usiamoli per raggiungerli lì dove sono, e poi portiamoli con noi.

Bianca Cataldi
“Io leggo perché” , l’iniziativa che ha coinvolto dal 26 al 28 ottobre quasi tutte le scuole d’Italia, ha sdoganato la lettura come atto privato, intimo e ne ha fatto un agire condiviso, una narrazione recitata e vivente.

photocredit: ioleggoperche.it; I.P.S.S. De Lilla di Conversano