non-piu

Dovremo poter accogliere con gentilezza tutto quello che ci accade, compresa la morte. Come qualcosa che ci sta accanto perché alla fine è solo un passo da un’altra parte. Non lo vediamo ma tutto un mondo sconosciuto ci cammina accanto perché quando arriva la morte ci investe come un‘automobile in corsa. Se solo pensassimo che l’altra faccia della morte si chiama A-more capiremmo che solo l’amore ingloba la morte e ce la fa accettare.

UN VIAGGIO CHE PASSA ATTRAVERSO LA SOFFERENZA DELLA SEPARAZIONE

In quest’opera di Lidia Calvano, libertà e solitudine si fiancheggiano portando l’autrice verso una verità:

“…Non lasciare che io ti lasci,
vorrei gridarti,
sarò più libera,
sarò più sola…”
“l’amore ha non poco in comune con la morte” (Jung)

PER AMARE DEVI MORIRE

devi lasciar andare parti di te stesso e riuscire a stabilire con la morte un rapporto sereno. Un percorso difficile che si ferma e si rinnova ad ogni ricorrenza, come quella del giorno della morte del fratello della Calvano, un giorno di sosta visto con amarezza: una festa che la porta a considerare l’esistenza di un muro invisibile e impenetrabile annodata all’impotenza di passare il confine e di constatare che di lui, sulla terra, altro non resta che lo scheletro.

“È DI NUOVO IL NOSTRO MESE

Il tuo che sei dall’altra parte,
e il mio che sono indegnamente
ancora da questa.
E dovrei pure festeggiarlo.
Tutto ciò deve sembrarti così lontano e irrilevante
Ormai.
Se solo fosse così anche per me.
Fratello mio, mio dolce scheletro”

E là, nel silenzio di una strada solitaria, si rinnova quotidianamente un lavoro di introspezione che passa attraverso suoi versi semplici. Un linguaggio libero dalla gabbia di un endecasillabo che esprime la necessità del silenzio come in questa splendida quartina dove viene fuori quanto paghi la dimenticanza contro il dolore. Nessuna parola per nessun dolore.

“Mi piace stare da sola.
Da sempre.
Così non dovevo spiegare di te
Così non devo spiegare di me.”

LA CALVANO IN QUESTI VERSI SVELA LA PROPRIA DIMENSIONE INTERIORE

annodando se stessa al binomio Amore – Morte, e mostrando attraverso questo approccio una grande maturità: quella di avere il coraggio di aprirsi e scoprirsi per arrivare alla verità e alle verità taciute a noi stessi. La perdita di una persona cara come può essere un fratello, può lasciare cose sospese da risolvere che passano attraverso la rabbia, l’amore, l’assenza. Così la silloge diviene canto catartico che declina verso l’umiltà della propria anima. L’approdo è sempre l’amore e nell’amore il ruolo giocato dal caso.

I cerchi si chiudono sempre anche in presenza di un enjambement.

PERCHÉ  È LA POESIA IL COLLANTE

Il frammento che riemerge dal profondo e che ti conduce a capire che la vita è strana e nella vita noi troviamo e perdiamo. Come accade alla Calvano che partorirà sua figlia nel giorno del compleanno del caro fratello defunto. Alla fine, il fiore spezzato ha ceduto un seme che è caduto sulla terra.

Un fiore sbocciato come un dono che ci illumina il senso delle cose e ci fa rendere conto della loro importanza.

A lui, e a sua figlia, inizio e fine di un cerchio che si chiude con il dono d’amore della vita. E così l’amore con la sua forza abbatte la morte e si mostra vincente.

SANTORO ROSANNA MARIA