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SESSO SI FA E NON SI DICE

«Amo’, ‘o famo strano
Quanta genuinità nei due coatti di quel film di vent’anni fa!
Sapessero…
Apro la chat, una sorta di ginnastica mentale del sesso. Il cursore lampeggia come una monotona copula senza un barlume di accelerazione. Senza la possibilità di una conclusione.
Ci si conosce in chat, o nella vita reale, poco importa. Inizia l’attrazione, il desiderio e comincia la ricerca della performance.
Ecco, mi scrive. Non fa preamboli, non conosce i preliminari, neppure quelli verbali. Continuiamo a parlare recitando una pantomima di sesso.

Usciamo insieme. Le mani si sfiorano. Uno sguardo penetra la scollatura, l’altro di rimando accarezza il turgore dei pantaloni. Ma quanta fatica a lasciarsi andare.
Sarò figa abbastanza? No, perché lo so cosa vuole lui. Me lo ha detto. L’ho visto nelle Categories di Youporn. Posizioni e ginnastiche, come in un copione. La nostra vita sessuale omologata, globalizzata. Che fine ha fatto la sintonia col nostro corpo? Il saperlo ascoltare, riconoscere? Che fine ha fatto lo slancio verso l’ignoto, verso l’attrazione non programmata, magari un bacio osmotico e un amplesso ineluttabile ma non telecomandato?

Vorrei tornare indietro alla mancanza di schermi.
Di quelli dove guardiamo i modelli da imitare, i parametri per una vita sessuale considerata appagante, le trasgressioni che ormai sono diventate conformismo. E di quelli che interponiamo tra l’altro e il nostro ‘io’, mandando avanti le viscere, obbligate a restituirci una meccanica sensazione di consumo. Un caffè col dolcificante, le vitamine in pillole e i sali minerali in soluzione. Arrivi al sesso ormai sopraffatto dalle immagini, dalle chat, dai forum sul tema ‘oggi va di moda così’, che ti chiedi che senso abbia farlo davvero.

Il sesso si fa e non si dice, cari miei.

La tecnica lasciamola ai professionisti.
Noi comuni mortali, con le zinne un po’ appese e la pancetta, con le maniglie dell’amore o magari ancora con i brufoli e l’apparecchio, noi che non ci siamo ancora rifatte il seno, che non ci vestiamo sexy come quelle che stanno in tangenziale, che la tartaruga la teniamo in bagno nella vaschetta col mangime, che siamo tutti belli e normali nella nostra diversità, parliamo di meno e agiamo di più. Spegniamo quei maledetti schermi e andiamo a mangiarci una pizza. Alimentiamo il piacere del mistero, più che la contrattazione del desiderio. Guardiamoci negli occhi, anche se è solo per una sera, pigliamoci per mano, lasciamoci guidare dalla nostra macchina, Ferrari o ‘500 che sia, tratteniamo il fiato e tuffiamoci. Perché non dobbiamo mettere bandierine sulla luna ma forse basta andare in apnea come Verdone e la Gerini.
E su.
Da domani, famolo strano.
Ma famolo.

Dirce Scarpello
photocredit: goccedipiacere blog