Per ogni italiano che abbia superato i trenta, gli anni ’80 hanno l’effetto di una foto di seconda elementare tra le mani di un vecchio amico che ritorna. Un periodo di rinascita economica e culturale dopo gli anni di piombo, in cui abbiamo ballato al ritmo di Moonlight Shadow, sorseggiato Fanta come fosse l’Amaro Ramazzotti della Milano da bere, ci siamo commossi con E.T.  e siamo stati   – lo abbiamo capito successivamente – felici.

Degli anni ’80, oggi, restano cimeli diventati oggetti cult. Alcuni ci inteneriscono, altri ci farebbero nascondere nei peggiori bar di Caracas senza passare dal Via. Ecco qualche esempio:

I costumi sgambati:

Chris Daniel the80's man

(Photocredit: Chris Daniel, The 80’s man)

Ora, non so chi abbia cominciato, se Olivia Newton-John con il video Physical o Pamela in Dallas a bordo piscina, ma quei costumi sgambati fino alle ascelle avrebbero fatto sembrare una stangona anche Puffetta. Gli ‘80, però, non perdonano. Spesso lo sgambato era accompagnato da capelli cotonati sotto fasce bianche in spugna ben visibili sulla fronte, non sia mai. Ancora oggi, ogni foto di questo tipo che sia uscita indenne dalla damnatio memoriae della diretta interessata, è seguita da un dovuto minuto di silenzio.

La casa di Barbie:

casa barbie(Photocredit: Rosa Avelluto)

Non so voi, ma io ero quella che tirava su la cordicella dell’ascensore, compito ingrato quanto far passare Ken da vero macho . Ho anche creato i primi casi di contaminazione di genere: spesso Candy Candy era solita visitare Barbie Principessa a cavallo del Mio Mini Pony.

 

Il gettone:

httpwww.beap.beniculturali.it

(Photocredit: www.beap.beniculturali.it)

«Pronto? »

«Pronto Francé? C’ho trenta secondi, non sai cos’è successo! Corri in piazza e ricordati di portare – Nico’, dammi l’altro gett…» Tr-ttt.  Tu tu tu tu.

«… »

Il rullino:

rullino(Photocredit: Francesca Mola)

C’è stato un tempo in cui fotografare e condividere cornetto e caffè a colazione o le linguine alle vongole a pranzo sarebbe stato troppo dispendioso. Solo per questo: aridatece il  rullino.

Lo Spumone:

mariella soldano(Photocredit: Mariella Soldano)

Col senno del poi, diciamolo pure a gran voce: quanto era brutto. Un enorme pupazzo da film horror. Sproporzionato, lentigginoso, gonfio oltre misura, due ciuffi di lana per capelli.  Eppure… quanto l’ho amato. Qui si aprirebbe un capitolo da psicoanalisi in fatto di gusti personali, ma tant’è. Era il 1983. Recita della parrocchia dal titolo Il cattolicesimo nei secoli dei secoli. Una cosa seria. Il mio ruolo, un’antica romana nell’atto di battezzare segretamente il suo bimbo. Ricordo le mie battute, toccanti. Ricordo la lunga tunica bianca. Ricordo soprattutto le parole della maestra: «Porta il tuo pupazzo preferito: impersonerà tuo figlio». Arrivò il mio momento, sul palco del teatro della parrocchia. C’era mezzo paese. C’ero anche io, ma pochi mi notarono: Spumone imperava gigantesco tra le mie braccia occupando l’intero campo visivo. Pochi secondi di silenzio al mio ingresso, un colpo di tosse. Fu Don Natale ad aprire il walzer delle risa fragorose. Durarono qualche minuto ma, ragazzi, un momento di gloria così non l’ho avuto neanche quando ho vinto la tombolata della Pro Loco di Dervio per tre anni di fila. Grazie, Spumone.

 

Il mangiadischi:

mangia dischi(Photocredit: Mariangela Mola)

Ovvero: i sabato sera più belli della mia vita. Ore 20:30: tutti sintonizzati su Fantastico. Obiettivo: memorizzare il balletto di Cuccarini e Parisi senza uno straccio di  Sky Replay; gli occhi registravano per poi aspettare sette giorni e controllare se i passi fossero proprio quelli. Tre minuti di catalessi a fissare il televisore come fosse pane e Nutella e correre nel salone (sì, esisteva il salone). Il mangiadischi era lì, che attendeva fedele sul comò della bisnonna. Insomma… altro che Cocorico: si tirava tardi a saltellare sulle note di Io ballerò. C’erano anche i dischi di Al Bano e Romina, eh. Datemi le prime note di Libertà e ancora oggi ve la canto manco fosse Let it be.

E a voi, cosa è rimasto degli anni ‘80? Postate pure senza dignità né remore: ci siamo passati tutti, ne siamo fuori.

 

Francesca Mola