2016-01-24 11.43.59

Si è insinuato mentre cercavo di dare un ordine alle piccole commissioni: una mail da inviare, la lista della spesa, i piccoli da recuperare a scuola e l’appuntamento dal dentista. Alla guida della mia auto, in mezzo al traffico cittadino, con la mano fuori dal finestrino e l’aria gelida che mi scivolava tra le dita facendomi sentire viva, un ricordo si è intrufolato tra le pieghe dei pensieri senza chiedere il permesso.

L’ho lasciato fare, come spesso accade negli ultimi tempi, perché ho smesso di fingere di dimenticare per andare avanti, o, forse, solo perché mi ha fatto l’effetto di una stretta materna.

Era una calda estate di tanti anni fa, in un paese sul mare, in Puglia, che sentivo ancora mio, come lo zaino Invicta che stringevo bene alle spalle prima di correre in bicicletta. C’era l’euforia del diploma appena guadagnato, o forse soltanto l’eccitazione del congedarsi a tempo indeterminato dall’insegnante di matematica. Mesi di assoluta libertà prima di una  nuova avventura: l’università.

Avevo mia madre, che biasimava la mia abitudine di lasciare bicchieri stracolmi d’acqua in giro per casa e i miei capelli disordinati. Ai suoi continui rimbrotti, scrollavo le spalle con un sorriso disgraziato prima di rubare una mozzarella dal sacchetto della spesa e spalancare la porta per scappare via.

Avevo mia madre e la libertà di scappare via: un privilegio che avrei compreso troppo tardi.

Durante quell’estate, ogni giorno affidavo la bici alle mura della Chiesa Matrice, formavo frettolosamente un segno della croce al suo ingresso e percorrevo di corsa le tre ampie navate -non prima d’aver virato bruscamente tra la seconda e la terza per un religioso inchino al Santissimo Sacramento– fino a raggiungere Don Fedele per un saluto. E poi c’era la statua di San Filippo Neri. A lui, dallo sguardo pietoso e indecifrabile, affidavo le mie domande più irrisolte: «Sanfili’, che cos’è l’amore? Perché non ce l’ho?» 

A distanza di tanti anni, da donna, avrei ripercorso le stesse navate in gesti più lenti e sentiti – perché Don Fedele non ci sarebbe più stato– fino a soffermarmi a osservare la statua usurata con lo sguardo di chi ha visto abbastanza, e di risposte non ne vorrebbe più.

Nel mezzo di quella calda estate, tuttavia, c’era la radio. Ogni mattina, sempre in bici, attraversavo veloce il lungomare fino alla zona più antica. Qui, mi aspettava una porticina e ripide scale che mi avrebbero portata in un mondo bendato, fatto di musica e voci. Era Radio Andromeda, e il mio accento pugliese era solito far compagnia a chi si crogiolava pigro in spiaggia. Forse la magia di quell’estate era tutta lì, in quella musica che vibrava costantemente nell’aria e le voci che si sovrapponevano. Giacomo che mostrava orgoglioso quarantacinque giri introvabili e la signora Liliana che portava la limonata fresca, sempre alla stessa ora. Mia madre non approvava, perché c’era l’appuntamento settimanale con l’improbabile Mago Nicola, le sue carte gettate a casaccio sul tavolo e lo sguardo perplesso di chi non sa più cosa inventare per raccontare il futuro degli altri.

Spesso, all’ennesima telefonata di Maria – Ritorno insieme a Roberto?- mi chiedeva sfiancato: «Francé, che ci dico mo’ a questa?»

Allora, osservando le sue carte, pensavo che Maria non ci sarebbe mai tornata con Roberto, e che forse le mie continue questioni sul futuro erano altrettanto moleste a San Filippo.

Quel che mia madre non poteva sapere, tuttavia, era che amavo quel mondo fatto di maghi e improbabili cantanti, di donne innamorate –ma che cos’era l’amore?- di sogni e di musica. Quel luogo, per me, era un crocevia di personaggi pittoreschi e affascinanti, che sembravano usciti da un romanzo e che, come in un grande girotondo, dipingevano una realtà alternativa e colorata in cui sarei rimasta imprigionata volentieri per il resto dei miei giorni.

Non so quand’è che i ricordi decidono di farti visita, se c’è un preciso meccanismo fisico o chimico che li tira fuori nei momenti più improbabili. Forse, affermerebbero i miei bimbi con il loro poetico pragmatismo, sono semplicemente trasportati dal vento. L’aria gelida di una mattina indaffarata del presente sulla mia mano e quella più calda, tra le dita aperte sul manubrio in corsa, di quella lontana estate. In ogni caso, quando all’uscita di scuola Alice ha indagato sul mio sguardo distratto, ho potuto solo rispondere che m’è entrato un ricordo in un occhio.

Francesca Mola