Credit: fullhdpictures.com

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Donne che viaggiano sole

Mi hanno chiesto che cosa si prova a essere una donna che viaggia da sola. Dei viaggi di quand’ero bambina ricordo mia madre seduta dietro, in macchina, insieme a me, e mio padre che guidava. Il piccolo sombrero pendeva dallo specchietto: era un mio regalo per la festa del papà, risaliva ai tempi della scuola materna. Io e mia madre cantavamo Alla fiera dell’Est dall’inizio alla fine, poi riprendevamo dall’inizio. Quando mio padre si stancava di ascoltarci, faceva partire la cassetta con Grignani, Mango e Battisti. Un po’ di Phil Collins.
Di quei viaggi ricordo le soste all’autogrill, i passerotti che becchettavano le mie fette biscottate con la marmellata, i caffè amari dei miei genitori e tutta quella gente che entrava e usciva, in fretta, accendeva sigarette, ripartiva. Ciascuno col suo viaggio, con le sue destinazioni, tutte diverse. Il brivido dell’avventura e sullo sfondo, rassicurante, la certezza di essere ancora bambina, di avere tutta la vita davanti e due colonne portanti pronte a proteggermi da qualsiasi cosa.
Dei viaggi di quand’ero ragazzina ricordo l’aereo, l’emozione del decollo a denti stretti e occhi spalancati, schiena al sedile e un sorriso sterminato sulle labbra. Una telefonata a casa subito dopo l’atterraggio, Sì, mamma, stiamo bene, e un tramezzino gonfio mangiato in fretta in un bar vicino alla stazione di Treviso. Le passeggiate nei boschi, mano nella mano, e il latte al cioccolato di sera, ai tavolini all’aperto dell’albergo, dopo cena.
Dei viaggi dei miei vent’anni, invece, ricordo solo me. Perché a un certo punto ho iniziato a viaggiare da sola, a infilare un cambio in una sacca e a partire, a comprare i biglietti di un Intercity Supereconomy a nove euro e novanta. Ho smesso di dar conto agli altri e ho finalmente potuto scegliere le mie mete, i miei viaggi brevi di ventiquattr’ore, finalizzati anche solo a un concerto o a un pomeriggio al museo. E mi dicono: “Sei donna”. E mi dicono: “Una ragazza perbene non viaggia da sola” oppure “È pericoloso”. Ed è vero, è pericoloso. Ma poi penso che sarei potuta morire anche il 15 giugno di quest’anno, sulla statale 100, mentre tornavo dal lavoro in un giorno qualunque e ho sfondato il guard-rail distruggendo la macchina. Sarei potuta morire tanti anni fa, quando come un’idiota ho attraversato i binari e il treno è passato subito dopo. O quella volta che un’auto mi ha presa in pieno alle ginocchia mentre attraversavo la strada sulle strisce. O quella volta che sono caduta e ho battuto forte la schiena e per qualche, terrificante istante non riuscivo a respirare.
E allora prendiamoli, questi treni. Saliamo su questi aerei che ci portano dove vogliamo, verso quella mostra di Edward Hopper che volevamo visitare da una vita e alla quale nessuno voleva accompagnarci. Andiamo ai concerti dei nostri cantanti preferiti, quelli che nessuno conosce e che su Facebook hanno sì e no un centinaio di like. Torniamo a Dublino dove abbiamo lasciato un pezzo di cuore. Senza aspettare che qualcuno si degni di venire con noi, che voglia essere dove siamo noi. Sì, siamo donne, e allora? Sì, è pericoloso, e allora? Non è vero che “tanto le città non vanno da nessuna parte, ci andrai un’altra volta”. Bisogna partire quand’è il momento di farlo. Con gli amici, col fidanzato, ma anche sole, anche soltanto per sederci al tavolino di un bar e bere un caffè, fumare una sigaretta e pensare “l’ho fatto davvero”. Non è vero che c’è tempo per far tutto, che l’occasione che è sfumata oggi si ripresenterà domani. Ciò che è vero è che oggi ci siamo, e dobbiamo approfittarne. Il male che potrebbe verificarsi è soltanto un’ipotesi. La paura di quel male è certezza, e non è meno paralizzante.

Bianca Cataldi