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Potete provare a lanciare una ricerca su internet a proposito di Dicearchia, Cuma, Aristodemo, Pitagora e i pitagorici. Oppure potete leggere Giallo Tufo, un mistero nei campi flegrei di Francesco Escalona (Valtrend, 2010, giunto alla quarta ristampa). Il consiglio di scegliere la seconda opzione non è fine a se stesso: le ricerche (anche quelle in rete) sono stimolanti, ma lo è di più leggere per la passione sprigionata dalle pagine: passione per la Storia, passione per il territorio, passione per la giustizia e la libertà. E se poi tutto questo messo insieme vi sprona ad approfondire ulteriormente la conoscenza dell’argomento, attraverso studi aggiuntivi, nuove letture e – perché no? – ricerche sul campo, allora il libro avrà adempiuto pienamente oltre che alle sue premesse, anche alla promessa di «alimentare le speranze di un futuro diverso, migliore che squarci per sempre il velo della “damnatio memoriae“».

«[…] Un nuovo modello di società con le parole d’ordine “bene in comune, amicizia e uguaglianza”. Sono parole stupende, che sembrano riecheggiare duemila anni prima della rivoluzione francese e dei moti del socialismo; principi irrimediabili di fratellanza e uguaglianza vicini all’utopia».

Perché una civiltà affatto utopica, una realtà storica e non solo paesaggistica e archeologica, è stata davvero la radice territoriale e culturale di un’area fondamentale come quella flegrea che include, tra l’altro, una città cruciale sotto molti punti di vista quale Napoli. Recuperare quell’origine è l’imperativo morale seguito da Francesco Escalona nel suo romanzo, illuminando il ruolo di alcune delle figure storiche e leggendarie, reali e mitologiche, restituendo all’esperienza la sua metà oscura, offrendo una chiave interpretativa, ricostruendo e rivalutando il contributo intellettuale, artistico, civile di una regione troppo spesso associata solo al malaffare, al degrado, alla corruzione, alla sporcizia, ma sempre sintesi di un paese sporco e incapace di emendarsi, forse proprio perché pare aver abdicato al passato, pare «avere fatto calce della propria memoria».

Fare calce della memoria: è una delle prime locuzioni che si incontrano scivolando nel testo, una locuzione, anzi di più, una vera e propria immagine che colpisce dritto allo stomaco e da lì risale verso il cervello, si sedimenta nella mente, non si muove più, torna, fluisce e defluisce a ondate durante la lettura ma anche a libro chiuso, nel mezzo di una giornata come tante: cosa significa fare calce della memoria?

Letteralmente, lo spiega con icastica precisione l’autore stesso nel breve racconto che apre l’opera, un vero gioiellino, una pietra preziosa incastonata nella sua montatura:

«In una fredda sera di fine autunno, intorno ad uno dei pochi fuochi ancora accesi, un contadino si appresta a preparare la calce per riparare il porcile fonte di sopravvivenza per tutta la famiglia. La tecnica è quella imparata dal padre: sciogliere i frammenti di marmo sparsi un po’ dovunque, abbandonati. Fare calce per l’indomani. Accendere il fuoco, spaccare col martello brandelli di quella inutile statua arroventandoli sul fuoco; gettarli nell’acqua che li scioglie in un attimo riportandoli alla materia prima così importante di questi tempi. La calce. Cosa saranno questi frammenti? Chi raffigurava questa statua? Chi l’avrà scolpita? Sono domande mai nemmeno nate. Del resto, a che serve una statua oggi?»

A cosa serve una statua oggi? Piuttosto, a cosa serve la memoria se ne facciamo museo? Un museo inteso come contemplazione passiva, esercizio senza soluzione, qualche volta addirittura commercio spoglio di qualunque forma di etica e integrità. Perché è questo che succede quando ne facciamo calce: se non la polverizziamo, la memoria, la intrappoliamo in una materia morta.

Eppure, non dimentichiamo che la calce è stata ed è tuttora il materiale da costruzione per eccellenza: la memoria si può anche ricostruire, si può emendare il passato, restituire alla Storia il suo senso più intimo e pieno.

È questo, in ultima analisi, il messaggio di questo libro: Henry Race, giornalista inglese con ascendenze partenopee per parte di madre, torna a Napoli per definire le questioni legate all’eredità lasciatagli dal cugino Alfonso, docente e appassionato di archeologia, morto all’improvviso e, ciò che Henry saprà e capirà solo più tardi, in circostanze misteriose, forse legate al ritrovamento di reperti che potrebbero surrogare una volta per tutte la fondazione di Dicearchia («la città del giusto governo»), colonia ellenica sorta nel 530 a.c. nel sito dove in età romana si sarebbe poi innestata Puteoli. Insieme all’avvocato Tavani, all’appassionata e intraprendente nipote Margherita e gli altri ragazzi dell’associazione ARCAV fondata proprio da Alfonso, inizierà un viaggio o quella che con più precisione si dovrebbe definire come una vera e propria quête con il giallo sotteso alla narrazione come paratesto più che trama principale, ché quella è l’amore sconfinato dell’autore verso la propria terra ma anche l’amore è un mistero da sondare e risolvere.

«Ora comincia il giallo, caro Henry, è proprio l’ora del giallo…del GIALLO TUFO