Milano

Non te ne accorgi.
Lasci che le immagini corrano via veloci. Scivolino lisce come olio nuovo sul marmo del cuore.

Come intensi fotogrammi. Trascendenze mnemoniche. Grandangoli panoramici fissi negli occhi, al di là di un vetro lurido di treno. Di quelli che macinano chilometri su chilometri, in un cammino giornaliero indefesso. Che alcune volte diventa anche il tuo.

Non te ne accorgi.
Segui la scia di dei quei binari, affollati di vecchi contenitori di anime che si incrociano.

Cavallerescamente si incontrano e governati da una tricromia di semafori, si scambiano le parti. In un saliscendi sempre caleidoscopicamente troppo frettoloso. Si lasciano guardare ma non si fanno vedere, le anime al loro interno. L’immaginazione vola. Con il suo aquilone che asseconda i campi, le dolci colline, gli alberi spogliati e i cespugli schiaffeggiati dal vento, le sparute case e le case abbandonate, con le loro stalle in lontananza e il rumore degli animali. Solo nei ricordi.

Ecco. I ricordi. Loro e la nostalgia. Sono una brutta bestia. Sono loro rovina, cancro dell’anima. A che servono, maledetti, se danno solo dolore? Se infiammano i polmoni, doloranti al loro respiro? Se infangano il nostro interno, restituendoci amaro veleno. Se ingannano gli occhi. Se appannano la nostra razionale obiettività, gratificandoci con immagini insensate o magari no. Siamo noi a leggerle così. Perché anche la capacità di lettura si lascia inficiare dalla nostalgia.
Nostalgia canaglia, cantava una coppia ancora più canaglia, nei miei ricordi di bambina. Coppia scoppiata anch’essa.
La nostalgia ti scoppia il cuore. Ti avvince misteriosa. Ti conforta e nel suo ricordo ti condiziona. Ti copre e si scopre.

E nel mentre lo fa, tu capisci.
Che non è nostalgia. Non è ricordo. È la tua anima.

È lei che resta avvinta a loro, per paura di perdersi. Nei mille percorsi dell’anima, lei sceglie solo loro.

Quelli certi. Quelli che hanno su scritto “via del ricordo” o “viale della nostalgia”…perché sono percorsi segnati dai quali non puoi prescindere. Perché loro sono te. E ti ritrovi.

Sulla gradinata del Duomo a respirare odore di affamati colombi dispettosi mentre cerchi disperatamente di scansarli perché ti fanno urto coi loro inconsulti, inconsapevoli voli di ali. Sotto la cupola vetrata della Galleria, col naso all’insù nei giorni assolati, che retrocedono il blu del cielo in tutte le sue declinazioni; all’ingiù nei giorni piovosi, con gli occhi a cercare i veneziani mosaici, in un morbido calpestio che non deve violarne la stucchevole morbidezza.
Sopra lo specchio verde del Parco, con le sue isole sempre verdi, anche quando il cielo le sovrasta cupo; con la croccantezza delle caduche foglie, a intrecciare il bel tappeto di beige marrone sabbia e ocra a profusione. Con tutto il suo novecentesco splendore ricostruito nei palazzotti padronali, che ognuno ha la sua storia.

Milano. La sua storia. La mia storia.

Teresa Antonacci

Photocredit: zingarate.com