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Passo il confine spesso e faccio sempre grandi viaggi con la mia testa, per terre che non conosco. Me lo ha insegnato mio padre, che era un viaggiatore dei sensi.

Come lui, mi porto appresso tutte le anime di cui ho bisogno per non sentirmi sola.
Giorni fa, sono andata a ovest, verso Napoli, e ho trovato un posto che si chiama Trevico.  Francesca, con le sue telefonate dotate di auricolare ed elastico a mutanda forte, mi ha accompagnata.

La sua voce mi serviva da coperta.

Ho bisogno di calore io, non ci posso far nulla. Il ghiaccio che ho dentro non fonde mai. Insieme a me, ha riso e pianto in questa mia ascesa verso un Olimpo sconosciuto, per farmi arrivare e non farmi tornare indietro. Sì, perché sarei tornata indietro se non fosse stato per lei.
Io, che non sono come sembro e non sto con tutti. Io che vivo con tutti, ma sto a Logokrisia, dove l’amore è una cosa seria. Ho toccato il vento con le dita aprendo la mia mano fuori dal finestrino e ho sentito l’aria che passava in mezzo alle fessure.

A Vallata  si gelava. Non c’era il mio bambino, non c’era chi amavo. Ho pensato a Bianca, così esile e simile a me alla sua età, a Sara che mi preoccupa per le mille cose che fa, come se fossi sua madre, a Dirce, a EmilianaAsia. A Imma. Senza loro, mi sentivo nuda.

C’era Francesco e il mare che ho dentro si è quietato.

Dio sulla strada del destino: una goccia, stilla di sereno e un uomo che mi ha portata dai suoi amici, col suo amore per questo posto e per la gente che ci avrei trovato. Mi chiedevo perché stessi andando là, in quella Casa della Paesologia.
Il mio vecchio amava la terra, i suoi fiori, gli alberi, il suo fragno ma lui i luoghi li guardava, li annusava e li sanava con le sue mani pazienti, con la calma di chi sa amare la polvere del granello di sabbia.

Io sono lui, senza l’amore che aveva lui.

L’immenso che mi manca e a cui da sempre tendo. Il freddo mi scorre e mi scuote lo stomaco e se i posti dove mi fermo non li sento miei, è un gran pasticcio. Non ho il tepore del libeccio che aveva mio padre. Sarei scappata se mi avessero  guardato in maniera distaccata e glaciale? Dove avrei  dormito? In un angolo dietro una porta, dove si mettono in castigo le cattive ragazze? Per Francesca, che rideva a crepapelle per le mie storie assurde, questa cosa mi avrebbe fatto bene. Magari sarei inciampata in una stanza, in una “serata dell’amore“.
E in un certo senso sono inciampata.

Senza un corpo da trafiggere, senza un letto a scaldarmi le cosce fra la carne di un uomo, ma è stato amore.

L’ho fatto aggirandomi fra le parole che vagavano nel corridoio. Nelle stanze piene di persone. Nella cucina, fra un morso di focaccia e un pezzo di carne. Fra le mani di chi mi sfiorava.
L’ho fatto come lo fanno i bambini, con un bacio sulla testa datomi per il mio battesimo da lui: Franco Arminio .
L’ho fatto lasciandomi forare una cellula del mio cuore, dove stanno solo le persone che amo, e mi sono lasciata agganciare a questo posto.

Qua, dove si parla di amore e di bisogno d’amare, c’era aria di festa, di ginnastica dell’anima.
Qualcuno ha detto che le cose grandi le incontri con le persone grandi .

Quel qualcuno non sa che le cose grandi arrivano se si aprono le porte della propria anima.
Si può star bene anche nei posti dove non ci vuoi andare, dove pensi che magari troverai degli esaltati , dove ti aspetti  uno egocentrico che ha un popolo di matti.
Incontri te, dove ascolti te attraverso i gesti che osservi.

Quelli che possono sembrare insignificanti, quelli che sono veri.
Un’emozione che tracima da un dito all’altro mentre alzi lo sguardo e vedi un flutto che scorre, e ti arriva uno sconosciuto che ti sorride. Un abbraccio scatta senza un senso preciso e la felicità prende il posto dell’incertezza. Ecco Trevico.

Una comunità non si crea con uno ma con i tanti, ma la comunità ha bisogno degli “uno”. E noi siamo uno che si somma ad uno.

Ho avuto due uomini in una stanza e ci ho dormito meditando di raccontare questa notte folle.

Ero felice perché ho messo il pigiama e di nuovo, nella mia vita, ho avuto otto anni. Ho condiviso il mio spazio, una fetta di silenzio e ho spiato due maschi.

Non avevo gli occhi chiusi. Li studiavo. Se fosse stato possibile, avrei pure acchiappato i loro pensieri !

È che si fanno esperienze strane in quella casa.

Rosanna Santoro

Photocredit  Salvatore Divilio www.salvatoredivilio.it

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