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Un mondo tutto chiuso in una via, recitava un verso di Battisti. Ne ho compreso il senso solo quando, anni fa, mi sono trasferita da un piccolo paese della Puglia a Roma. Ho lasciato alle spalle una dimensione temporale che, per ingenuità, credevo appartenesse a tutti e nel contempo fosse unica al mondo.

Il tempo rallentato, presto sostituito da ritmi frenetici: la ruota del criceto. L’ho chiamata così, quando ho assunto la consapevolezza di aver perduto il torpore del Sud per l’affanno. Come un criceto in gabbia sulla ruota, quell’inutile frenesia quando basterebbe arrestarsi per porre fine alla corsa.

Mi sono presto lasciata stritolare dagli ingranaggi della Grande Città. Qui, la tua vita diventa una  lunga pista, senza premi o traguardi. Ci si sveglia che è già tardi. Colazione, grembiulini, scarpe, zaini. Spesso ti rivedi riflessa nello sguardo interdetto della vicina quando, in curva, per un attimo, la tua auto procede su due ruote prima di ripartire sgommando.

È la vita di città; quella in cui, non appena c’è un attimo di pace, si corre alla Coop afferrando il primo carrello funzionante per investire la signora indecisa tra uno scaffale e l’altro, ché diciamolo: c’è sempre una signora smarrita tra le cotolette Amadori e gli arrosticini Aia.

A cena, dopo diversi trilli inascoltati, ti ritrovi a rispondere come fossi a lavoro, con tanto di formula di benvenuto. Ed è subito sera. Quasimodo ci aveva visto lungo.

Essere indefesse donne multitasking ha i suoi vantaggi, dicono. Sarà anche vero, ma svaniscono nel nulla quando, ferie alla mano, ci si butta sul primo treno del mattino per la Puglia con gli abiti appallottolati a caso in valigia: si torna a casa.

Ti accorgi subito di essere altrove sul trenino che collega Bari al tuo paese: una voce dall’altoparlante si scusa in tono calmo perché, nell’ultimo vagone, l’aria condizionata non funziona. Qui hai un piccolo sussulto. Chi ti sta intorno legge lo smarrimento nei tuoi occhi, tutti sembrano quasi volersi scusare per la mancanza con te, straniero di un Altro Mondo.

Ci scusiamo per il disagio.

E invece no, stai pensando che sì, questo non accadrebbe mai sui treni che collegano Roma alle città limitrofe semplicemente perché, l’aria condizionata, manca in ogni vagone.

Perché diciamoci la verità: non è vero che il Sud è arretrato. Al contrario. Ci hanno visto lungo, e da un bel pezzo

È qui che ti aspetta quanto di meglio tu possa desiderare: la lentezza. Lentezza negli abbracci al tuo arrivo in stazione che sembrano voler fermare la corsa che ti sei portata dentro, lentezza alla guida che ti permette di guardare intorno e scoprire che il mondo, dopo tutto, è un bel posto dove vivere; lentezza nei lunghi pranzi insieme.

Il sole in faccia che scaccia via mesi di pallore tra smog e ufficio. Quel senso di diffidenza che si acquieta per poco.

E poi ci sono le frasi e i suoni in un accento ormai lontano che vorresti mettere in scatola e portare con te, quel: «Signo’, giù l’acqua è gratis» al bar quando fai notare che il bicchiere non è contemplato sullo scontrino; l’aria che dal teatro si sbroglia rimbalzando tra i vicoli del centro storico come un gomitolo sfuggito dalle mani di un’anziana; le sedie, d’estate, sui marciapiedi, punti di ritrovo delle signore di mezza età che ricordano alcuni gruppi WhatsApp, quel « A c’appartien?» sussurrato al tuo passaggio, la risposta che ti senti dare da sempre: «Sono la figlia di Giacomino». L’appartenenza. Mi capita solo qui. Un legame non scelto, di nascita, che ti segna come una striscia di cuoio legata alla caviglia.

È un tempo diverso, quello del Sud. Un rallentare di gesti e pensieri per concederti la possibilità di guardarti intorno e ricordarti di viverla, questa vita.

Fino alla partenza: i parenti che tra un saluto e l’altro ti lasciano l’olio, le paste alle mandorle del matrimonio della nipote di Concetta, le mozzarelle «che a Roma non mangi». Sorridi, ma solo a metà strada realizzi di esserti lasciata alle spalle la lentezza del Sud, la limpidezza dell’affetto sincero e un mondo tutto chiuso in una via. Fino alla corsa successiva.

Francesca Mola