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VOGLIO UN AMORE CHE UCCIDA LA MORTE, NON ME

Conservo ancora la fotografia dell’ultimo livido. La prima che mi sono fatta per ricordarmi che quella era l’ultima volta che succedeva una cosa del genere.
Solo per dire a me stessa che nessuno, e dico nessuno, avrebbe dovuto salire sul mio corpo per pestarlo e farci quello che voleva.

Ho sempre detto che lui è cambiato dopo la gravidanza. Ho sempre mentito perché me lo sono sposato pensando che l’amore salva. Le persone violente restano sempre violente. Prima, dopo e durante. Se non si curano restano così. Sempre.

Mi chiedevo perché non mi perdonasse mai, nonostante le suppliche.

Lo era anche quando mi diceva che esistevo solo io nella sua vita, tanto che per una frase che non digerì su sua madre stava per schiantarsi con la sua macchina, con me dentro. La sceneggiata che recitava per tenermi al guinzaglio: il solito modo che ripeteva per terrorizzarmi senza picchiarmi, perché sapeva che io soffrivo di attacchi di panico. Non salgo facilmente in una macchina altrui e fu il mio chiodo fisso quando decisi di sposarmi.

Ora, con te, è diverso. So che tu guidi come piace a me.

Diciamo che adesso che ho appena rotto il mio silenzio, e mi ricordo di queste cose, non è che io stia benissimo.

Ieri, mentre eravamo uno difronte all’altro ho sentito freddo e volevo piangere. Tu non te ne sei accorto. Volevo le tue spalle come scialle e oggi, prima di ridere di me stessa, ho pianto e come ogni giorno da quando ti conosco, ho deciso che sarebbe stata l’ultima volta che ti avrei visto. Il problema è che ritratto tutto appena ti sento e mi fai ridere.

Da troppo tempo non ridevo così.

Mi fai pensare che certe volte la felicità assomiglia a te.

Stavo meglio prima, quando non ti avevo difronte, perché tu mi fai scavare: non avevo qualcuno a cui dire che non è come dici . Qualcuno a cui spiegare qualcosa che avevo seppellito in una curva morta. Qualcuno a cui dire che non è la stessa cosa quando è necessario “lasciare” per la vita. Perché quando ti rincorre il fallimento non è come quando ti cade addosso: non fai una scelta. Tu hai scelto di lasciare un amore, io non ho mai potuto scegliere.

Ho scelto quando mi sono resa conto che c’erano due strade: la vita e la morte. Ho scelto la libertà quando ho capito che ero vita.

Quando ho capito che valore grande avesse poter respirare per un semplice pensiero mio senza avere una sberla nella faccia. La libertà di essere come sono senza che nessuno mi dica che devo cambiare. La libertà di essere logorroica e di mandarti a fanculo perché nessuno deve dirmi come devo essere.

Solo chi ha esperienze come le mie può sapere che queste storie sono tutte uguali. Non puoi scegliere perché c’è altro che sceglie per te e se resti con un uomo violento, chi paga non sei tu. È il tuo bambino.

E sono sempre le solite storie da quando è nato il mondo.

Lasciare un uomo perché devi salvarti la vita non è come lasciare un uomo perché non lo ami più. E se paragoni una donna che si porta un vagone di sofferenza silenziosa a un’ altra che non ha mai provato cosa sia l’umiliazione, tu apri ferite che non si vogliono richiudere. E sai cosa sale? La rabbia. Non devi fare paragoni. Non dire niente. Abbracciami soltanto. Se non dovessi volerlo, non fa nulla ma io che sto qua con uno che non mi vede, non sono ancora guarita da me stessa.

E alla fine nessuno ne ha colpa. Neppure tu che inconsapevolmente, hai aperto il vaso di Pandora.

E non si può tornare indietro per cancellare perché la memoria ti sbatte in un letto dove piangevi e pensavi a un balcone. Lo stesso che ti consigliava lui per farla finita perché non servivi, non servivi a nulla. Non sapevi fare l’amore, e non dovevi farlo con lui. Non dovevi con nessuno. Non sapevi fare la mamma e non dovevi farlo con tuo figlio.

Un giorno, sotto gli occhi di uno suoi amici, lui mi disse cose bruttissime e non credetti a me stessa quando ascoltai un’anima pia suggerirgli “di lasciarmi fare almeno la mamma”.

voglio un amore che uccida la morte

Qualcuno finalmente si era accorto di me

In quel momento, capii che io forse non ero sbagliata. Ho dovuto chiudere gli occhi e dire a me stessa che c’era una guerriera da qualche parte, quella di cui parlava sempre mio padre. Sono andata a riprenderla, a ricordarmi che ero io. E per essere migliore la guerriera ha dovuto anche imparare a perdonare.

Ogni giorno ha ripetuto che doveva perdonarlo per la mia creatura perché fosse un uomo migliore dell’uomo che ha visto picchiare la madre. E ha pregato perché non diventasse come lui, né come la donna che subiva in silenzio.

Perciò, se ti capita di incontrare una così, di riconoscerla tra i suoi ricci che non hai mai visto, dille che l’ami anche se è falso, perché con l’amore ucciderai la morte che è dentro di lei.

E poi dille che è la più bella tra le belle. Mi raccomando però, abbracciala forte.

“A tutte le donne rassegnate, a Pasqua l’amica di mia madre, a Maria che a 16 anni cadde dalle scale per colpa di un marito che vive ancora con lei. A lei che allora era incinta di otto mesi e perse il bambino. Alle donne come lei che ora hanno i capelli grigi e l’unica forza che gli è rimasta è la rassegnazione ”

Rosanna Santoro

 

photocredit: il cirotano.it; europeanwomen.over-blog; giraffaonlus.it